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La resistenza agli antibiotici e il fallimento della strategia medica dominante.

C’è poco da aggiungere; il 23 novembre scorso, il portale di epidemiologia dell’ISS[1] segnala

I dati raccolti dalla sorveglianza dell’antibiotico-resistenza dell’Istituto superiore di sanità

(Ar-Iss) coordinata dal dipartimento Malattie infettive dell’Iss (Annalisa Pantosti, Patrizio Pezzotti, Simone Iacchini e Monica Monaco), indicano che in Italia la resistenza agli antibiotici, per le specie batteriche sotto sorveglianza, si mantiene tra le più elevate in Europa”.

La resistenza agli antibiotici è un refrain sistematico che sentiamo ogni anno. L’OMS segnala che a livello mondiale la resistenza diventa sempre più diffusa, l’Italia è capofila di resistenze. Di questo passo, saremo a breve tutti resistenti e nessun antibiotico servirà più a nulla. D’altronde, se si tengono sotto pressione selettiva i batteri, solo questo è quello che ci si può aspettare. In effetti, in questo quadro, né la medicina ospedaliera, né tantomeno i medici di famiglia hanno fatto una qualsiasi gesto, una qualsiasi riflessione o preso una qualsivoglia iniziativa per limitare l’uso degli antibiotici ai casi più gravi, cercando altre alternative terapeutiche. Il Ministero della Salute ed AIFA, a parte una serie di blande ed inefficaci raccomandazioni, di fatto non intervengono sulle scelte dei medici.

Sono interessati? Sono indifferenti alla sorte dei cittadini? Sono vittime consenzienti delle influenze economico-scientifiche di una nuova classe di scienziati/industriali attaccati al potere? Potrebbe darsi tutto questo, certo oggi i conflitti di interesse, pertanto patenti, sono sostanzialmente ignorati dalle funzioni di Stato, con il risultato che soltanto i gruppi dominanti accedono ai suoi servizi in modo puntuale.

Eppure, io credo il problema più profondo. Le istanze internazionali di salute pubblica si rivolgono alle industrie ed ai centri di ricerca chiedendo aiuto, nuovi antibiotici. Provano anche a offrire aiuti per le aziende desiderose di iniziare ricerche su nuovi antibiotici. Eppure i risultati sono scarsi, nulli a mia conoscenza.

Ecco, forse il vero problema è questo: l’assenza di idee. L’industria vuole far soldi e cerca cure per malattie da cui può ricavare di più, soprattutto per quelle malattie potenzialmente croniche da cui è possibile ottenere reddito fisso (per esempio l’ipertensione arteriosa la cui cura inizia tra i 40 e 50 anni e continua fino alla morte del paziente, oppure le lunghe cure contro il cancro per citare le malattie più frequenti). E forse non si impegna. Eppure i centri di ricerca in Italia e nel mondo sono quasi tutti finanziati dai soldi pubblici, quindi se fosse necessari, posso essere impiegati per le importanti finalità di difenderci dalle infezioni.

Eppure non si fa, perché? Ripeto, assenza di idee. La medicina non vuole uscire dal suo schema strategico secondo cui l’unica difesa contro l’infezione è avvelenare i microbi. Allora cerca nuovi antibiotici che nel giro di qualche anno saranno inutili perché i batteri diventeranno resistenti anche a questi ultimi. Bisogna uscire dalla logica circolare un nuovo antibiotico, una nuova resistenza, un nuovo antibiotico e così via.

Bisogna che la medicina faccia atto di umiltà e capisca che se l’uomo è sopravvissuto migliaia di anni è perché nel tempo il suo corpo ha imparato a difendersi e queste difese devono essere imitate. È necessario smettere di pensare che l’uomo può fare a meno della natura, altrimenti sistematicamente passeremo ad entusiasmarci per ogni nuovo “farmaco miracoloso”, che miracoloso non è perché dopo qualche anno verrà sostituito da un altro sedicentemente più performante.   

Conoscere la Natura mi sembra invece, necessario per avvicinarsi, come fa l’Omeopatia, all’esperienza del corpo che è sopravvissuto generazioni prima della la medicina contemporanea. Qui nessuno sta dicendo che madre Natura tutto può, qui cerchiamo di chiarire che se il corpo è in grado di resistere alle infezioni quando è in buona salute, esisteranno senz’altro dei sistemi che devono essere studiati per ricavare la maggiore informazione possibile e integrarla nelle medicine. La legge dei simili “similia, similibus curentur” è innanzitutto questo, un modo di imitare la natura. Ma per capire a fondo questa legge è necessario comprendere che ogni malattia, ogni sintomo è una reazione biologica vitale del corpo che si difende di fronte ad una aggressione. La sperimentazione pura imita artificialmente l’aggressione e di conseguenza, nel momento in cui la medicina omeopatica stimola la reazione del corpo nella stessa direzione in cui lo stesso naturalmente agirebbe di fronte all’insulto biologico, siamo in grado di modulare le nostre difese al fine di ottenere il risultato più adeguato, nel miglior modo possibile. Questo è il metodo omeopatico. E la medicina dominante, soprattutto la medicina pubblica, dovrebbe considerare questa opzione terapeutica per evitare la catastrofe che sembra profilarsi all’orizzonte.


[1] Centro nazionale per la prevenzione delle malattie e la promozione della salute dell'Istituto superiore di sanità

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